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Più padri in famiglia per fermare il declino? Una riflessione sulla natalità italiana

11 settembre 2025

Culle vuote: la crisi della natalità italiana

In Italia le culle sono sempre più vuote: il 2025 vedrà probabilmente meno di 350mila nuovi nati, un dato che conferma il minimo storico della natalità nel nostro Paese. Ma la questione non riguarda solo i demografi: riguarda tutti noi, madri, padri e chi immagina il Paese nel futuro. Perché dietro ai numeri si nasconde una trasformazione più ampia, che tocca il modo stesso in cui viviamo la genitorialità e i rapporti tra uomini e donne.

A fotografare questo fenomeno globale, dandogli una chiave di lettura chiara e rigorosa, è Claudia Goldin, premio Nobel per l’Economia 2023. Storica del lavoro e docente ad Harvard, Goldin è la prima donna nella storia a ricevere questo riconoscimento individualmente, proprio per aver portato alla luce le dinamiche che legano famiglia, lavoro e parità di genere. Nel suo ultimo studio, “Babies and the Macroeconomy”, Goldin compie un confronto tra due gruppi di paesi: quelli, come Danimarca, Francia, Germania, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti, che hanno visto la natalità scendere gradualmente dai primi anni Settanta, fino a stabilizzarsi sotto i due figli per donna, e quelli, tra cui Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Giappone e Corea del Sud, che invece sono rimasti a livelli di fertilità più alti ancora per vent’anni, per poi crollare sotto 1,3 figli a partire dagli anni Novanta.

Qual è la differenza tra i due gruppi?

Nei primi Paesi (quelli che hanno “tenuto meglio”), la crescita economica e sociale è stata graduale e costante, con una conseguente modernizzazione dei valori familiari. Qui, il mondo del lavoro ha accolto prima le donne, il modello del padre che contribuisce attivamente alla cura dei figli è diventato la norma, e i servizi sociali hanno permesso una reale condivisione delle responsabilità genitoriali. In Italia e negli altri Paesi del secondo gruppo, il balzo verso la modernità è stato molto più rapido e improvviso. L’economia è cambiata, le donne sono entrate massicciamente nel mondo del lavoro, ma la cultura familiare, il peso della cura affidato quasi esclusivamente alle madri e la latitanza dei padri in casa sono resistiti, generando quella che Goldin chiama “distonia tra generazioni (e tra i generi)”. Questa distonia si è trasformata in un conflitto tra il desiderio di mettere al mondo figli e la disponibilità (o meno) dell’altro coniuge a impegnarsi nella cura quotidiana.

Cosa dice Goldin?

Secondo l’economista, le donne oggi hanno più strumenti per pianificare la loro vita, ma se non trovano un impegno affidabile da parte del partner nella condivisione della cura, la scelta di avere figli diventa molto più difficile. Il calo demografico nei Paesi “lowest-low” – come l’Italia – non è solo una questione di incentivi economici o servizi (che pur servono), ma di equilibri di coppia e di ruolo sociale, spesso ancora bloccati su schemi patriarcali: i servizi pubblici aiutano, ma l’impatto maggiore arriva dal coinvolgimento concreto dei padri nella cura, che dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. Negli Stati nordici, ad esempio, il tasso di natalità è più alto non perché le madri tornano a casa, ma perché madri e padri, supportati da welfare e servizi, possono scegliere di essere genitori senza rinunciare alle altre dimensioni della vita.

La rivoluzione mancante è quindi quella degli uomini. Mancano, nel nostro Paese, padri che si sentano pienamente responsabili e coinvolti nella vita di famiglia: dalla cura pratica dei figli, alla gestione della casa, fino alla consapevolezza che l’autonomia femminile non è solo una questione di diritti, ma una leva fondamentale per la natalità.

“Abbiamo visto tante rivoluzioni nel lavoro delle donne – sostiene Goldin – ma la vera rivoluzione rimasta incompleta è quella degli uomini in casa”. Senza una rivoluzione culturale che coinvolga anche gli uomini, insomma, che li porti a rimettere in discussione il proprio ruolo e a partecipare attivamente alla quotidianità domestica, sarà difficile invertire la rotta. Come dimostra Goldin, solo così si possono placare i conflitti generazionali e di genere che oggi frenano il progetto di famiglia per moltissime coppie.

In sintesi: l’Italia ha bisogno di una nuova alleanza tra padri e madri. Serve, sì, più welfare, servizi, congedi, incentivi. Ma soprattutto serve un cambiamento culturale: uomini e donne che insieme rivoluzionino le proprie case, il proprio modo di essere compagni, genitori, cittadini. Solo così si può dare nuova forza alla natalità e al sistema-Paese, costruendo famiglie più felici, eque e sostenibili per tutti.